Genesi 22, 1-19 [I°] - ADONAI CHIEDE DI ESSERE AMATO SEMPRE E COMUNQUE
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Questo capitolo è stato inserito tardivamente nel ciclo di Abramo, secondo l’esegesi storico-critica e l’analisi narrativa. Il racconto fu fortemente voluto dal gruppo degli ebrei rimpatriati da Babilonia. Questi erano convinti che la loro durissima esperienza della fine del regno di Giuda, dell’esilio e del ritorno attraverso il lungo deserto arabico, dovesse acquistare un significato teologico, e dovesse essere espressa non solo nella narrazione dell’esodo con tutte le sue prove, ma anche nel ciclo di Abramo, il patriarca accettato anche dalle tradizioni di coloro che erano rimasti in Palestina. Per indicare una tragedia al di là del pensabile si usava a quei tempi l’espressione “la morte del figlio unico”. Per questo il racconto sarà costruito attorno alla morte di un figlio unico, ed il tormento di Abramo, che vede cancellato il futuro della promessa, esprime la sofferenza degli esiliati dopo l’annientamento di Israele nel VI° secolo a. C.
La prima richiesta rivolta ad Abramo in Gen 12,1, in cui Dio chiede di andare oltre la sicurezza dei legami familiari e del passato per fare un esodo verso una nuova immagine di Dio ed una nuova terra, e questa ultima richiesta in Gen 22,2, in cui Dio chiede la rinuncia alla sicurezza del futuro attraverso il figlio, racchiudono tutto il cammino di fede di Abramo ed esprimono al meglio le esigenze di una fede radicale, che è affidarsi solo a Dio ed alle sue promesse convinti che sempre Dio provvederà. Fu esattamente questa la fede degli esiliati in Babilonia che là, senza re e senza tempio maturarono una fede più libera dalle contingenze terrene, dalle immagini riduttive di Dio e quindi capace di continuare a credere alle promesse. Si veda Isaia 43,14-21.
v. 1: Dio mise alla prova Abramo…
il narratore si preoccupa di chiarire subito che Dio sta saggiando la fede di Abramo, cosa che Abramo non sa. Il lettore quindi è avvertito e non può pensare che Dio chieda di sacrificare i propri figli. Il verbo nasa’ (sfidare, mettere alla prova) è il verbo tipico dell’esodo (cfr. Es 15, 23-25; 16,4; 20,20) ripreso nel Deuteronomio (cfr. 8, 2.16; 13,2-5 ….), ed in greco nel NT (cfr. Lc 22,28; Eb 2,18; 4,15).
“Eccomi”. È la parola chiave del testo. Verrà ripetute tre volte, due a Dio ed una al figlio Isacco. È il mettersi al servizio dell’altro in maniera incondizionata, prima ancora di sapere che cosa viene chiesto. Abramo appare qui come l’archetipo dell’israelita, colui che veramente teme Dio e si mette al suo servizio, tema caro al Deuteronomio (cfr. 4,10; 6, 1-2 e 10-13; 10,12-22; 17,18-20) e che percorre tutta la Bibbia.
Prendi per favore tuo figlio…va.. offrilo in olocausto su un monte che io ti indicherò. Questa richiesta di Dio ci scandalizza, perché contraddice la nostra ragione e la stessa promessa di Dio. Ma l’autore ci ha avvertiti: Dio sta mettendo alla prova la fede di Abramo. Storicamente per errori politici Gerusalemme fu distrutta da Nabucodonosor ed il regno di Giuda finì per sempre, e fu una tragedia epocale, ma non fu la fine. Gerusalemme fu poi ricostruita, senza più re, ma raccolta attorno ad un nuovo e semplice tempio (cfr. Esd 3,1-13).
Dio chiede di sperimentare la morte per dare una vita più grande.
Ci sono affinità tra questo versetto e quello di Gen 12,1; in ambedue si sottolinea l’intensità del legame che si deve spezzare per obbedire a Dio, e si lascia sul vago (che io ti indicherò) il punto finale del cammino. Viene proiettata in queste frasi l’esperienza di ogni vocazione e di ogni esodo.
v. 2: Abramo…si mise in viaggio.
Abramo ascolta con il cuore e quindi mette in pratica la parola di Dio. Il narratore non ci fa conoscere i sentimenti di Abramo. Sua prerogativa è darsi da fare in silenzio, perché il dramma viene vissuto nell’intimo.
v. 3: Il terzo giorno…vide quel luogo.
Il terzo giorno è un tempo che ritorna più volte nella storia della salvezza (Es 19,11. 16; Os 6,2; Mt 20,19; At 10,40…).
v. 5: Abramo non vuole sguardi indiscreti mentre sperimenta il volto misterioso di Dio.
v. 6: Padre e figlio portano quanto è necessario per l’olocausto. Il padre tiene i due strumenti più pericolosi ed importanti, il coltello ed il fuoco. E viene ripetuto: proseguirono tutti e due insieme. Padre e figlio sono ugualmente coinvolti nella prova. Tutti e due devono vivere la loro ubbidienza a Dio. Abramo deve rinunciare alla sua paternità, al suo futuro. Isacco deve essere pronto a perdere la vita. Gesù, il Verbo, dirà: chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la vita per causa mia la salverà (cfr. Lc 9,24). Vedi Ap 12,11.
vv. 7-8: Padre mio…eccomi… Dio stesso provvederà l’agnello.
Abramo dice al figlio la frase cruciale che deve accompagnare ogni credente nella prova. Infatti Dio è lì presente e dove Dio è all’opera c’è sempre un futuro aperto.
vv. 9-10: Abramo costruì l’altare…legò il figlio Isacco…stese la mano e prese il coltello…
Abramo ha camminato per tre giorni a lato del figlio, ha avuto tempo di adeguarsi alla volontà di Dio ed ora è pronto a dimostrargli che lo ama al di sopra di tutto, anche del figlio, nonostante le vie del tutto oscure in cui lo sta portando. Questo è il vero timor di Dio.
vv. 11-12: Ma l’angelo del Signore…gli disse…non stendere la mano contro il ragazzo…ora so che tu temi Dio.
Ora anche Abramo sa che è stata una prova, che Dio non vuole sacrifici umani e che le promesse di Dio non possono essere piegate ad interessi personali, piuttosto accolte nell’obbedienza. Isacco appartiene a Dio ed ai suoi piani misteriosi. Anche gli ebrei tornati a Gerusalemme capirono che l’esilio era stata una grande prova, e solo per grazia di Dio, che aveva provveduto inviando i profeti, non persero la fede.
v. 13: Abramo… vide un ariete…lo fece salire in olocausto.
Passando attraverso la prova Abramo conosce un nuovo volto di Dio ed ora celebra l’olocausto; il rito che dichiara la paternità di Dio su tutte le cose. Lo fa con animo nuovo, e non solo grato per avere ricevuto il figlio una seconda volta, ma grato piuttosto di aver compreso che cosa è il timor di Dio, che richiama la misericordia divina, come ci ricorda Maria nel suo Magnificat (cfr. Lc 1,50).
Ogni prova vissuta nell’affidamento a Dio produce una profonda conversione del proprio intimo.
vv. 16-18: Giuro per me stesso….perché tu non mi hai rifiutato tuo figlio…saranno benedette tutte le nazioni della terra…perché hai ascoltato la mia voce.
Adonai promette la sua benedizione per tutte le nazioni perché Abramo ha obbedito (cfr. Gen 26,4-5). Viene così dichiarato lo stretto legame tra l’obbedienza alla Parola e la promessa. L’obbedienza di Abramo è il fondamento su cui è basato il futuro di Israele e di tutte le genti.
L’adempimento della Parola è la condizione preliminare per la realizzazione delle promesse.
Per questo il mondo della resurrezione, la promessa per eccellenza, potrà fare irruzione nella storia solo quando ci sarà un uomo, Gesù Cristo, capace di vivere in maniera perfetta l’obbedienza e l’affidamento a Dio Padre.

Abramo e Isacco in viaggio verso Mòria
