Anno III - Settembre 2005 - Numero 6

Parola&parole
codice: 
pep6 - CHF 5.- / € 3.-

                                                                                                                   < Torna all'indice


EDITORIALE

Una bussola per non smarrirsi nel presente

di Carlo Silini

 

     Negarlo sarebbe ipocrita, perciò diciamolo subito: la Bibbia non fa parte dei «ferri del mestiere» di un giornalista. Il vocabolario, l'enciclopedia, il dizionario dei sinonimi e dei contrari, per i più puntigliosi la grammatica e i codici delle nostre leggi, quelli sì. Ma, più di ogni altro testo, è l'elenco del telefono Il «classico» più sfogliato nelle redazioni. Ed è giusto così. Eppure, un professionista della comunicazione di massa che, alle nostre latitudini, non abbia nozioni bibliche minime, magari non ne è neppure consapevole, ma, credente o meno, ha molto da perdere.

     Non è solo questione di nozionismo. Non è poi così importante - per qualcuno che deve riferirne - sapere chi erano «Susanna e i vecchioni» rappresentati in quella pala d'altare del Seicento, rubata nella notte da ignoti trafficanti d'arte e destinata, inaspettatamente, a far capolino coi loro nomi curiosi dalle righe di un articolo di cronaca nera.

     Così come non è necessario conoscere le ultime frontiere dell'esegesi sul libro dell'Apocalisse, ora che non pochi gruppi a sfondo religioso o pseudo-tale tentano di realizzarne una propria disastrosa versione a danno dell'umano genere.

     Certo, sempre meglio sapere che ignorare. Ma ad un buon giornalista, in fin dei conti, si chiede di offrire un'informazione completa e attendibile ai fruitori dei suoi servizi, e pazienza se non possiede una visione enciclopedica della realtà.

     No, non avrebbe molto senso pretendere che i professionisti dell'informazione siano degli eruditi in ogni campo dello scibile umano, cultura biblica inclusa. Perché i giornalisti sono soprattutto dei mediatori tra i fatti e il pubblico che vuole conoscerli. A loro si chiede di essere degli onesti e possibilmente intelligenti «testimoni» degli avvenimenti che devono descrivere, non di essere per forza di cose degli «esperti» di quei fatti.

     Ovviamente, così come ci sono giornalisti specializzati nello sport, nella politica o nell'economia, ne esistono di specializzati nell'informazione religiosa (e da parte loro l'analfabetismo biblico sarebbe molto grave). Ma in realtà, almeno in una piccola realtà come la Svizzera italiana, salvo rare eccezioni ogni giornalista deve anche essere un buon «generalista», capace di occuparsi non solo dei suoi temi, ma all'occorrenza anche di quegli argomenti nei quali non può vantare particolari competenze specifiche.

     Il che, tuttavia, non giustifica mai da parte sua un'ignoranza crassa e supina delle realtà di cui si deve occupare.

     A questo titolo la conoscenza della Bibbia serve soprattutto per non perdersi alla superficie del mondo dell'informazione. Fino a che punto chi ignora il peso delle Scritture nella storia della nostra civiltà sarà in grado di cogliere la portata di battaglie culturali (come quella sul dialogo fra le religioni), decisioni politiche (ad esempio le votazioni sui temi «sensibili» del rispetto della vita nascente o morente), svolte sociali (come la protezione o la mancata protezione dei ceti più deboli), che fioriscono sopra un terreno inaffiato da secoli di predicazione biblica?

     Viviamo in tempi in cui:

• grigi capi di governo citano versetti biblici dichiarando guerre ingiuste;

• eminenti uomini di scienza giocano a far la parte di Dio destrutturando e ricostruendo forme di vita nei loro laboratori;

• milioni di povere esistenze, col Corano in mano, non sanno più se è meglio bussare alle porte del mondo dei facoltosi che li esclude dalla condivisione delle ricchezze (il nostro mondo), o se distruggerlo in nome di un Dio giusto e funesto;

• le onde ingrossate del mare sono capaci di portarsi via a morsi la vita di centinaia di migliaia di persone e chi resta si domanda incredulo: ma Dio dov'è?;

• potenti gruppi di educatori si danno battaglia sui banchi di scuola per insegnare il creazionismo, invece (o al posto) dell'evoluzionismo...

     Onorata, ignorata, o bistrattata che sia dai potenti o dai miseri, la Bibbia resta una coordinata irrinunciabile per la comprensione del presente. E il giornalista, credente o meno, esperto di religione o meno, deve sempre cercare di assolvere la propria funzione di «storico del presente». Ma se non conosce le fonti dei principi sulle quali si è edificata la nostra civiltà (e tra loro il posto d'onore spetta senza dubbio alla Bibbia) è ben difficile che sia in grado di valutare le sfumature del presente nel quale è immerso e a volte perso.

 

 

 

 

                                                                                                                   <<< Torna all'indice "Parola&parole" 

 


 

                                                                                                                   <<< Torna all'indice "Parola&parole"


 

EDITORIALE

Una bussola per non smarrirsi nel presente

di Carlo Silini

 

Negarlo sarebbe ipocrita, perciò diciamolo subito: la Bibbia non fa parte dei «ferri del mestiere» di un giornalista. Il vocabolario, l'enciclopedia, il dizionario dei sinonimi e dei contrari, per i più puntigliosi la grammatica e i codici delle nostre leggi, quelli sì. Ma, più di ogni altro testo, è l'elenco del telefono Il «classico» più sfogliato nelle redazioni. Ed è giusto così. Eppure, un professionista della comunicazione di massa che, alle nostre latitudini, non abbia nozioni bibliche minime, magari non ne è neppure consapevole, ma, credente o meno, ha molto da perdere. ... >>>