ALLE MIE PECORE IO DO LA VITA ETERNA

IV DOMENICA DI PASQUA – 21 aprile 2013


Gv 10, 2730

 

[In quel tempo, Gesù disse:] «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

L’ultima volta che Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme, i capi religiosi tentano di lapidarlo come bestemmiatore. Vediamo il brano, anzitutto lo inseriamo nel contesto.

E’ la festa della dedicazione in ebraico Hanukkah ed è la festa delle luci. Per otto giorni si accendevano dei candelabri che illuminavano tutta la città e ricordava la riconsacrazione del tempio ad opera di Giuda Maccabeo nel 165 a.C.

Ebbene, in questa festa, i capi circondano Gesù e gli chiedono: “fino a quando ci terrai nell’incertezza, sei tu il Cristo?” Vogliono sapere se Gesù è il Messia, ma non per accoglierlo, per eliminarlo. E Gesù tronca bruscamente questo colloquio e dice loro che non sono parte delle sue pecore, non fanno parte delle sue pecore. Perché? E qui ecco il brano che la liturgia ci presenta questa domenica.

Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce»”. I capi non sono pecore di Gesù perché non ascoltano la voce di Gesù e non ascoltano la voce di Dio. Già Gesù aveva detto loro “voi non avete mai ascoltato la sua voce”. E’ grave la denuncia che Gesù sta facendo: i capi religiosi, le persone incaricate di far conoscere al popolo la volontà di Dio sono quelli che, quando Dio parla, non ascoltano la sua voce.

Ma Gesù dice, «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco»conoscere” (γιγνώσκω) significa un rapporto di grande confidenza, di grande intimità «ed esse mi seguono»”.

Dove lo seguono? Nell’amore che si fa servizio, perché hanno ascoltato nella voce di Gesù la risposta a quel desiderio di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro.

A quanti seguono Gesù, Gesù dona loro la sua stessa vita, infatti dice «Io do loro la vita eterna»”.

La vita si chiama ‘eterna’, non tanto per la durata infinita, ma per la qualità indistruttibile. La morte, assicura Gesù, non interrompe la vita. Non solo non la interrompe, ma le permette di fiorire in una forma nuova, completa e definitiva.

E Gesù non dice che darà loro la vita eterna; la vita eterna non è un premio futuro, ma una realtà possibile da sperimentare nel presente.

«E non andranno perdute mai»”. Gesù assicura questo perché «Nessuno le strapperà dalla mia mano»”. Gesù in questo capitolo si è dichiarato come il pastore, il modello di pastore. E il modello di pastore qual è?

Colui che dà la vita per il gregge, ecco perché nessuno potrà strappare questo gregge dalle sue mai: lui è il pastore che dà la vita per gli altri.

E continua Gesù, «Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre»”.

Prima Gesù ha detto che nessuno le strapperà dalla sua mano, ora dice che nessuno le strapperà dalla mano del Padre. La mano del Padre, la mano di Dio e quella di Gesù sono identiche, sono la mano di coloro che danno la vita per il proprio gregge.

Ma allora Gesù sta avvertendo i capi che non tentino di riprendere il gregge perché Dio è il pastore e non permetterà che il suo gregge, le sue pecore tanto amate, per le quali il pastore dà la vita, siano riprese dai falsi pastori e dai mercenari.

E poi Gesù bestemmia. Siamo nel tempio di Gerusalemme, nel luogo più santo e Gesù bestemmia. «Io e il Padre siamo uno»”. Gesù non afferma, come vedo nella traduzione, “siamo una sola cosa”. Gesù non sta parlando della unione, dell’unità con Dio, ma Gesù sta affermando che lui, come il Padre, è Dio; “Uno” era il nome di Dio nel libro del profeta Zaccaria, cap. 14 v. 9, si legge “Uno sarà il suo nome”, quindi Gesù è Uno, è Dio, perché?

Perché in lui si manifesta la stessa azione creativa del Padre con la quale si comunica vita al popolo. Quindi Gesù nel tempio di Gerusalemme bestemmia, conferma, rivendica la sua condizione divina.

Ecco, poi il resto del brano, che però non è qui nella sezione liturgica, dirà che i capi, le autorità religiose, decideranno di lapidare Gesù.

Quando i capi religiosi si trovano di fronte a Dio non tollerano la presenza e perché decideranno di ammazzare Gesù? “Perché tu che sei uomo ti fai Dio”.

Quella che è la volontà di Dio per tutta l’umanità, che l’uomo diventi suo figlio, per i capi dell’istituzione religiosa è una bestemmia che merita la morte.


 

 

>>> scarica il testo

 

>>> torna a "Commento al Vangelo"

>>> torna a "Formazione biblica"