RAGAZZO, DICO A TE, ALZATI!

 

X TEMPO ORDINARIO – 9 giugno 2013

 

Lc 7,1117

 

[In quel tempo, Gesù] si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.

Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo».

Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

I profeti avevano raffigurato la relazione tra Dio e il suo popolo attraverso l’immagine di un matrimonio: Dio era lo sposo e Israele la sposa. Ma, a causa delle tante infedeltà, dei tradimenti di questo popolo, questo matrimonio si considerava ormai cessato e il popolo di Israele si considerava come una vedova, una senza marito (il marito è quello che da protezione, sicurezza alla sua famiglia).

E’ in questo contesto culturale che dobbiamo leggere un episodio che ha soltanto l’evangelista Luca al capitolo 7, versetti 1117, ed è la risurrezione del giovanetto di Nain.

L’evangelista fa seguire questo episodio a un altro importante, quando Gesù è stato chiamato, invocato, in soccorso da parte di un centurione. Raffigurava il mondo pagano che chiede l’intervento di Gesù. E’ bastata la sola parola di Gesù per andare incontro alle aspettative del centurione, e Gesù, ammirato, fa un grande elogio: “In Israele non ho trovato una fede così grande”.

Subito dopo infatti l’evangelista ci raffigura qual è la situazione di Israele, questo popolo ormai senza fede.

Leggiamo.

In seguito quindi in relazione all’episodio del centurione si recò in una città chiamata Nain. Nain è un termine che probabilmente significa “grazioso, piacevole”, ed è nei pressi di Nazaret.

Facevano la strada con lui i discepoli e una grande folla.

L’evangelista ama spesso contrapporre due cortei, uno di vita e uno di morte. L’aveva già fatto al momento della presentazione di Gesù al tempio, quando i genitori vanno al tempio per osservare la legge, e da questo esce Simeone che tenta di impedire l’inutile rito.

Anche qui ci sono due cortei che si incontrano. Uno, quello di Gesù con i suoi discepoli, è portatore di vita, mentre dalla città esce un corteo portatore di morte. Infatti, scrive l’evangelista: Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova.

E’ una tragedia. E’ una tragedia perché la madre è vedova, quindi non ha marito, non ha altri figli, nessuno che possa assicurarle il sostentamento ed è la morte anche per lei.

E molta gente della città era con lei.

Quindi Gesù, portatore di vita, va verso questa città, ma da questa esce la morte. Tutta la gente non sa ripetere altro che riti di morte propri di una religione di morte.

Vedendola, il Signore … per la prima volta l’evangelista adopera questa espressione (κύριος), indicando già il Cristo risuscitato, … ne ebbe compassione.

Nel mondo ebraico si distingue tra avere compassione e usare misericordia. Usare misericordia è un atteggiamento degli uomini, ma avere compassione è un’azione solo divina. E’ un’azione con al quale si comunica, si restituisce vita a chi vita non ce l’ha.

Nel vangelo di Luca la troviamo tre volte, questa è la prima, poi nella parabola del Samaritano dove Gesù l’attribuisce addirittura ad un uomo, eretico per giunta, perché si comporta come Dio e quindi comunica vita, e infine nella parabola del figliol prodigo quando il padre, vedendo il figlio, che considerava morto, ebbe compassione.

Quindi questo “avere compassione” (σπλαγχνίζομαι) significa un’azione divina con la quale si comunica, si restituisce vita a chi non ce l’ha.

E le disse: “Non piangere!” E accostatosi, toccò la bara.

Nell’episodio precedente col centurione era bastata la parola di Gesù. Perché qui Gesù tocca la bara? Perché era proibito. La legge proibiva di toccare la bara, laddove per “bara” si intende una semplice lettiga e il defunto era coperto da un lenzuolo. Era proibito perché chi toccava un cadavere o una bara contraeva l’impurità.

Allora Gesù mostra la falsità di questa legge, la trasgredisce e tocca la bara. Vuol far comprendere che la causa della morte di questo popolo è l’osservanza di una legge fine a se stessa, una legge che non serviva al bene dell’uomo, ma soltanto a quello della casta sacerdotale al potere. La legge era uno strumento per dominare, per opprimere il popolo e il risultato è che il popolo è morto.

Toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Giovanetto, dico a te, alzati!” Il morto si levò a sedere e cominciò a parlare. Il parlare è la prova evidente del ritorno alla vita.

E lo diede alla madre. Quindi Gesù risuscita le speranze del suo popolo e ne assicura l’avvenire.

Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”.

Perché un grande profeta?

L’evangelista costruisce la narrazione su un episodio che è contenuto nel primo libro dei Re, nel capitolo 17, dove il grandissimo profeta, quello che era atteso di nuovo per spianare la strada del Messia, il grande Elia, aveva risuscitato il figlio della vedova di Sarepta. Quindi, come Elia aveva risuscitato questo ragazzo, così Gesù ugualmente.

Allora la gente vede in Gesù il novello Elia, quello che doveva preparare la strada al messia. “E Dio ha visitato il suo popolo”.

All’inizio del vangelo, nell’Inno di Zaccaria, Zaccaria il sacerdote lodava il Signore e diceva: Benedetto il Dio di Israele perché ha visitato e redento il suo popolo. La visita del Signore è per liberarlo, quindi la popolazione vede nell’azione di Gesù una iniziativa tesa a risuscitarlo.

Qui il vero risuscitato non è tanto il giovanetto, ma il popolo che giaceva in una condizione di morte, di tenebre, e Gesù, il liberatore, è venuto a risuscitarlo. La fama di questi fatti letteralmente il termine indica “parola, messaggio” (ό λόγος), è il messaggio che è contenuto in questo episodio si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione circostante.

E l’evangelista prepara la risposta che Gesù darà agli inviati di Giovanni Battista.  


 

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