LA MIA MESSA QUAGGIÙ

14 RIFLESSIONI SULLA MIA MESSA

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di Francesco Dario Palmisano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Opere di fra Roberto Pasotti

(>>>link esterno)

Che io vada in pace

Permetti, o Signore, che il tuo servo vada in pace

ora che ha esperimentato i doni che gli hai dato

nel tempo rinnovato.


Prima era come un cumulo di foglie secche

turbinate da vento incessante, una zattera

di naufragio sul mare,


ma tu l’hai sorretto e sospinto fino alla riva

e lo hai illuminato con un Sole che sorge

dall’alto per guidarlo fuori dalle tenebre

sulla via della pace.


O morte tanto dolce, o unico mattino

(George Bernanos a Vallery Rodot, 1933, da

«Bulletin de la Societé des amis», Paris I, pp. 3-4)

 

 

La Messa è finita

Ora che la mia Messa è finita (me ne accorgo

da tanti segni) sono entrato in un tempo nuovo

di pace e di libertà.


Ora comprendo bene perché il vecchio Socrate,

osservando la corsa frenetica agli acquisti

nel mercato di Atene, osservò: «Di quante cose

io non ho bisogno».


Raramente accade, quando si diventa vecchi,

di diventare saggi come il vecchio Socrate,

ma io mi son ridotto a vivere in una stanza

con poca roba, e son felice.


La Messa per me, quindi, è finita? Un certo tipo

di Messa è certamente finito. Ma ho iniziato

a viverne un’altra, senza arredi e paramenti,

ma pieno di gioia.

 

 

Gloria a Dio

Dio ha messo oggi nelle mie mani

l’arpa di Davide, perché io canti

la sua gloria.


Non c’è bisogno di cantare agli altri

il proprio dolore. Spesso chi canta

non è convincente, e il parlare agli altri

di sé diventa indisponente.


Il dolore vissuto nel silenzio

permette a chiunque di liberare

il dolore nascosto in ogni uomo,

anche in chi crede di essere sano.


Nelle mani esitanti di un malato

l’arpa di Davide fa di ogni lingua

la propria lingua, e di ogni uomo

il proprio fratello.

 

 

Vangelo

Quando il Celebrante innalza il Vangelo

e poi lo bacia perché anche il popolo

idealmente lo baci, son raccolte

davanti all’altare tutte le storie

d’amore del mondo.


Si comprende perché di baci è pieno

il Cantico dei cantici, e Giovanni

si proclami il discepolo che Gesù

amava e che amava Gesù.


Si comprende anche perché in un midràsh

si legge che Mosè, giunto a morire,

s’avvolse nel tallèt della preghiera,

accostò i piedi l’uno all’altro ed unì

le mani sul petto.


Allora Dio gli prese l’anima

con un bacio sulla bocca. Per l’uomo

un bacio è un suggello incerto d’amore,

per Dio è l’infallibile sigillo

di un amore eterno.

 

 

Credo

Mi piacerebbe molto che ogni tanto

in Chiesa, al posto del solito Credo,

si recitasse un credo casareccio,

del tipo seguente.


Credo in Dio che, dopo aver creato

la materia, non la segnali come

un pericolo per lo spirito; e che,

dopo aver creato l’uomo col suo

soffio divino, ne rispetti sempre

il pensiero e la libertà.


Credo in un Dio da poter spiegare

con argomenti accessibili a tutti;

un Dio che non consideri il dolore

come un evento già previsto in cielo;

un Dio che non accenda semafori

davanti alle esigenze ed alle gioie

umane dei suoi figli.


Credo in Gesù Cristo, figlio di Dio

e maestro dell’uomo, per il quale

tutti gli uomini hanno pari dignità,

salvo i poveri che egli considera

i prediletti di Dio.


Credo nello Spirito santo, per cui

Dio è Principio e Legame d’amore

in sé e con gli uomini e, se non fosse

così, sarebbe simile agli dèi

inventati dall’uomo.


E credo che la Chiesa cattolica

sia stata istituita da Gesù

perché i suoi discepoli portassero

agli uomini la verità di un Dio

ch’è amore e comunione d’amore,

principio e grazia di vita eterna:

questo e non altro. Amen

 

 

Offertorio

Seduto al bar, leggo i giornali. Al secondo caffè

li stendo sul tavolino e vi appoggio la tazza

come si depone il calice del Sacramento

sulla tovaglia dell’altare.


Scopro nei giornali tante cose da elevare

a Dio e le aggiungo a quelle che già offro in chiesa:

quel signore sempre in piedi vicino alla porta,

che a fine Messa mi ammonisce: La sua predica

è stata un po’ lunga.


Quelle donne avvolte in pellicce che parlottano,

mentre le anziane, appena sedute, dormicchiano,

e quella giovane che stenta a tener fermo un bimbo,

che sguscia tra la spalliera e il sedile dei banchi

come se fosse in palestra.


E poi i cantori impettiti che inzeppano di canti

tutta la Messa e volentieri dimenticano

che la musica è al servizio della liturgia

e non viceversa.


La santa Messa è un rito singolare: è un mistero,

in cui si entra in punta di piedi, e unicamente

chi è disposto al silenzio è ammesso nella camera

segreta del Signore.


Dio, allora, cosa offrirti ancora? Soprattutto

il mio desiderio di esistere, benché vecchio

e malato e turbato dall’idea sinistra

che sto giocando la mia vita col nulla, mentre

l’ho impegnata con Colui che è la mia Verità

e il mio Amore per sempre.

 

 

Lavabo

Il Celebrante si lava le mani

ma sa che nessun’acqua del mondo

può cancellare completamente

il male che è nell’uomo.


Egli vede dal fondo della chiesa

muoversi verso l’altare un popolo

di peccatori, come Macbeth vide

dall’alto del suo castello avanzare

una foresta di verde e di vita

che nascondeva la morte;


e n’è intimidito come il poeta

Shelley, che vide nel golfo ligure

il mare con i suoi flutti potenti

sgretolare le scogliere,

e poco più che trentenne morì

nelle acque turbolenti di quel mare

che tanto amava

 

 

Consacrazione

Eloisa scrisse all’amato Abelardo

che l’avrebbe seguito nell’inferno,

perché s’era a lui consacrata in vita

ed oltre la morte.


Nel Cantico dei cantici la sposa

dice allo Sposo: «Stampami sul tuo

braccio come un sigillo per la vita

e oltre la morte».


Usando lo stesso linguaggio d’amore.

Gesù disse: «Questo è il mio corpo dato

per voi»: sublime consacrazione

di un Dio all’uomo;


e aggiunse: «Fate questo in memoria

di me»: la consacrazione sublime

diventa per l’uomo un memoriale

di amore eterno

 

 

Padre Nostro

Mi trema il cuore nel chiamarti Padre,

perché non sono stati ancora sciolti

in me tutti i problemi collegati

a questo nome.


Gesù disse: «Padre, allontana da me

questo calice». Com’è possibile

che il soffrire dell’uomo sia già scritto

o previsto nei cieli?


«Liberaci dal male!» noi preghiamo

ma, se il male viene e resta, che senso

ha l’invocarti? Sulla terra il male

è un territorio immenso, un mistero

e un dolore senza fine.


Su questo territorio desolato

chi crede in Dio cammina sul confine

tra fede e tormenti, dai quali solo Lui

può salvarlo.

 

 

Memento

Quando mio padre morì a cinquanta

cinque anni, vissi mesi paurosi

di smarrimento finché lo sgomento

si esaurì col tempo.


Ora ricordo mio padre e mia madre

tranquillamente. Li sento accostarsi

a me singolarmente o insieme a tutti

coloro che ho conosciuto ed amato

durante la mia vita.


È una strana sensazione che avverto

soprattutto di notte e che anticipa

la comunione di tutti gli uomini

nell’eternità di Dio.


Sensazione fallace? È difficile

chiarirlo. So che il fiume dei ricordi

trascorre in me lentamente e svanisce.

Se non fosse così, la mia mente,

ne sarebbe travolta

 

 

Agnus Dei

La prima volta che vidi un agnello,

fu quando mio padre ne portò uno

a casa e disse sorridendo: «Vivrà

con noi fino a Pasqua».


Il venerdì santo l’agnello sparì.

Mio padre disse: «Tornerà a Pasqua».

L’agnello tornò, ma in arrosto. O Dio,

dissero i figli! Nessuno ne mangiò.

Era un’orribile pasqua.


Non sapevano nulla della lunga

storia dei martiri sacrificati

per la loro fede, ma intuivano

che chiunque soffre entra nel mistero

della Pasqua di Gesù.

 

 

Comunione

Oh il sapore del pane nero e compatto, uscito

dagli antichi forni a legna, su cui era impressa

invariabilmente una croce.


Oh il sapore del pane bianco cotto nei forni

elettrici in quattro rosette, e che mia madre

metteva in tavola come su un altare e poi

tagliava con infinito rispetto dicendo:

«È il corpo di Cristo».


Oh quei biscotti al miele intinti nel caffelatte,

che mangiai dopo la mia prima Comunione

e che, facendo un po’ di confusione innocente

tra i biscotti e il santo Sacramento, mi parvero

il pane degli angeli.


Risento e rigusto tutti gli antichi e nuovi

sapori del pane, e mi rattrista il vedere che

milioni di uomini gettino il pane ch’è sacro

nella spazzatura e che milioni di poveri

ne siano privi.


Nell’Ode al santissimo Sacramento di Garçia

Lorca il demonio della sensualità insidia

il trionfo del Corpo di Cristo: per molti

è così, ma per Gesù il suo Corpo è umiliato

in quello dei poveri.

 

 

Alleluia, Alleluia!

L’organo irrompe con note gioiose

quando il celebrante a fine Messa

dice a tutti: «Andate in pace, alleluia,

alleluia!», e dalla chiesa partono

i fedeli come navi che vanno

verso porti lontani.


Dove va la tua nave? Ha il gran pavese

al vento, e gli amici mi chiedono:

«Perché sei così sereno e tranquillo,

vecchio capitano?».


La nave naviga verso l’Eterno.

Il vento del dolore mi è propizio.

La stagione è matura, il cuore è fermo.

Alleluia, vado in pace.

 

 

Salve Regina

Al tramonto Cristoforo Colombo

sulla nave ammiraglia intonò: «Salve,

o Regina e Madre», e dalle tre navi

della flotta, salì al cielo solenne

il canto dei marinai.


T’invoco anch’io nel mesto tramonto

della mia vita. Mi avvolgono tedio

ed oscurità. Deh splendi su di me,

o Stella amica!


So che i popoli antichi chiamavano

la stella più luminosa Regina

del cielo, della terra e del mare,

ma io invoco una vera Regina:

la madre di Gesù.


Ave, quindi, o Regina; ave, o Madre;

ave, o Stella che segnala l’esatto

Nord a chi cerca una via d’uscita

nelle tempeste della vita.

 


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